Questa è la breve storia di un viaggio in Sicilia, nato per caso e finito alla grande!

“È l’idea l’origine di tutto, e noi di questo viviamo; i migliori ci muoiono pure, per le idee. È il momento indefinito in cui stai facendo altro, e improvvisamente vieni folgorato.

Apri le mappe, verifichi un chilometraggio più che approssimativo, scartabelli rapido tra i giorni di ferie, senti un amico se si vuole unire, cerchi treni, aerei, traghetti, trasporti vari, clima locale, campeggi, il ristorante migliore per mangiare quel piatto tipico che proprio non puoi perderti; il tutto in preda a quell’euforia malata contro cui bestemmierai quando sentirai le tue gambe esplodere durante l’ennesima salita della giornata.

TESTO E FOTO: Mattia Orsi e Giacomo Morbiato.


Tutto è perfetto!

Sei in ufficio sulla tua comoda sedia, con una mano al PC e l’altra che regge la forchetta del pranzo portato da casa, ma ti immagini già percorrere strade incredibili e singletrack memorabili.

Gli imprevisti? Facili ostacoli da superare per poi riprendere il cammino. Il meteo? Fantastico! Il sole scalda le ossa senza bruciare, il cielo terso ogni tanto è attraversato da una nuvola che ti concede un po’ d’ombra.

Poi però passano i mesi, la prenotazione del viaggio che hai praticamente già vissuto (una figata pazzesca!) viene dimenticata, messa da parte per lasciare spazio alla vita quotidiana, ad altri progetti. Ma arriva maggio, una settimana alla partenza!

Ora è reale, fantasticare non basta più, devi organizzare, imballare, prenotare, sapendo che eventuali errori di calcolo potrebbero non dico compromettere irreparabilmente le vacanze, ma certamente far spendere molti più soldi di quelli preventivati.

E questa somma di preoccupazioni si moltiplica se il tuo compagno di viaggio si affida ciecamente ai tuoi piani, facendo coming-out sulla sua totale incapacità organizzativa.

I bagagli non li pesi, perchè in realtà non c’è nulla che puoi togliere dalle poche cose che hai preparato, e preghi. Preghiera che puntualmente non viene ascoltata, ritrovandoti così a pagare un overweight al check-in che in fondo, ti consoli, non avresti comunque potuto evitare.

La Sicilia è sempre stato un miraggio, per tutta la vita l’ho immaginata, sognata, senza avere un’idea precisa di un luogo così distante ma comunque così vicino. Forse è questo il motivo per cui negli ultimi anni ci sono stato più volte, fino alla decisione di tornarci in bici.

Non sarà il mare il protagonista di questo viaggio, ma “a muntagna”; schiveremo il traffico che inonda le strade costiere per perderci (letteralmente) nell’entroterra dimenticato, attraverso strade deserte, mulattiere, pascoli verdi e climi insolitamente alpini. Ma basterà alzare lo sguardo, e lei sarà sempre lì, vegliando sul nostro lento incedere.

Atterriamo a Catania, e il cielo d’un grigio pesante ci accoglie, ci attanaglia l’animo e ci accompagna per tutta la giornata che dedichiamo alla preparazione delle bici e al turismo a piedi.

Sveglia!

Un treno regionale taglia l’isola a metà: scendiamo alla piccola stazione di Enna. Premiamo start sul GPS e cominciamo subito a salire, il sole splende e l’aria è fresca. La prima tappa è sempre la più dura; tutto l’allenamento che ti eri ripromesso prima della partenza è puntualmente finito in aperitivi.

L’idea è quella di raggiungere Polizzi Generosa, attraversare il Parco delle Madonie e scendere veloci fino a Cefalù, per campeggiare in riva al mare. Le strade chiuse per frana, ma regolarmente percorse dai residenti, ci regalano piste ciclabili a due corsie, sulle quali saliamo con un enorme sorriso stampato in faccia, che pian piano ci toglierà l’altitudine crescente, non tanto per la fatica quanto per il freddo, che si rivela più intenso di quello preventivato.

L’indomani il tempo peggiora. Dopo pochi chilometri di costa inizia la salita verso i Nebrodi. Grazie ai consigli di basecamp spingiamo le bici su per salite al 25%. Sia benedetto il carbonio. Il piano era quello di imboccare la dorsale, che avrebbe dovuto portarci ad incrociare una provinciale. Qualcosa però va storto, il sentiero si fa sempre meno percorribile fino a costringerci a scendere dalla bici; avanziamo nell’incertezza di una traccia che si rivela fallimentare solo quando ormai è tardi per tornare indietro.

Perdiamo l’intero pomeriggio in mezzo alle montagne, cercando di superare recinzioni e filo spianto, guadando torrenti, arrampicandoci su pendii scivolosi e raggiungendo solo al tramonto una strada che ci riporterà al bivio preso otto ore prima.

È questa la bellezza, almeno per me, della condivisione: entrambi stremati, senza sapere se avremmo raggiunto un rifugio per la notte, niente cibo di scorta e senza vestiti adeguati ad un’eventuale notte a quella temperatura, ma nonostante ciò, l’essere in due ci fece trovare la determinazione necessaria per uscirne incolumi. E incredibilmente felici.

 Il garmin segna 4 gradi. Inizia a piovere. Entriamo nell’unico ristorante di Capizzi aperto; sotto gli occhi inorriditi dei pochi commensali imploriamo per un posto caldo dove passare la notte.

Ci svegliamo con il cielo terso e un clima autunnale che ci costringe a indossare ancora tutti gli indumenti a nostra disposizione. Abbandoniamo l’idea di raggiungere Capo d’Orlando e continuiamo per l’entroterra, con l’Etna che ci sbuffa accanto tenendoci compagnia fino a Linguaglossa.

La strada che passa per Ficarazzi è un piacevole sterrato che ci fa prima arrancare, e poi scendere veloci fino alle gole dell’Alcantara, lasciando dietro nuvole di polvere che rinnovano il nostro spirito off-road. Ci uniamo a delle simpatiche scolaresche per visitare il fiume; il sole scalda e camminare con i piedi immersi nell’acqua gelida è un piacere.

La sera costeggiamo la turbolenta Milazzo, con l’idea di raggiungere la punta estrema della penisola dove piantare la tenda. La vista da quassù è immensa e lo sguardo segue a ritroso tutta la strada fatta: è incredibile la capacità di percorrerne così tanta semplicemente in sella ad una bicicletta.

Ormai è fatta!

Avevo pianificato il percorso con pochi punti fermi: uno di questi era la dorsale dei Peloritani. Saliamo lenti, a cavallo tra due mari, fino al santuario della Madonna di Dinnammare, dove inizia un percorso che vale l’intera vacanza. Si corre sulla ghiaia, prima su un versante poi sull’altro, non ci scoraggiamo neanche con l’ultima salita, anzi spingiamo col sorriso le nostre bici fino all’inizio della lunga discesa nella vallata di Fiumedinisi.

È il mare, ancora, il luogo dove ci abbandoniamo; le onde si rompono costanti sul piccolo molo. Rinunciamo a salire fino al rifugio Sapienza, ma costeggiamo il vulcano su strade sporcate di nero, perennemente con il naso all’insù, capitando per caso in una sagra di paese indaffaratissima a farsi bella per il santo patrono.

Ci avviciniamo a Catania. Ormai è fatta! Vengo scosso da un senso di liberazione, perché quando soffri sui pedali a volte non è facile capire il vero motivo per cui sei là; ma hai la certezza che stai facendo la cosa giusta, che in fondo è tra le poche cose che ti fanno sentire assolutamente vivo; e con la bici ormai dentro una scatola, che ringrazi come se avesse un’anima propria, guardi ai giorni passati e non vedi l’ora che arrivi la prossima folgorazione.”

TESTO E FOTO: Mattia Orsi e Giacomo Morbiato.

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