Ecco il racconto dell’ultimo viaggio di Andrea Polidori: Vietnam Bikepacking

“Questo viaggio inizia proprio con quell’evento che più terrorizza il cicloturista: imbarcarsi su un aereo, arrivare a destinazione e non veder scendere la propria compagna. Non serve a niente essere esperti o essere abituati a prendere aerei, non ha niente a che fare con la dimestichezza del mezzo di trasporto, piuttosto è l’entità del danno e l’essere completamente inermi che lo rende così detestabile.

Quindi, una volta messo piede a terra e con il morale ancora più in basso, lascio l’aeroporto Tan Son Nhat avvolto da una forte sensazione di svuotamento, di incompletezza. Mi inoltro per Ho Chi Minh City alla ricerca di qualcosa, un qualcosa di indefinito perché il piano era tutt’altro, rimontare la bici e partire a razzo verso nord, ma ora sono pur sempre in pantaloncini infradito e poco più, qualcosa dovrò pur comprare.

L’impatto è decisamente forte, il traffico e il caldo umido mi colpiscono, e infieriscono ancor di più avendo il chiodo fisso in testa della bici rimasta sotto la neve di Mosca. Passano due giorni di attesa interminabili, 48 ore esatte, e quando finalmente atterra il pacco sono già lì ad aspettarlo a braccia aperte.

Rimonto la bicicletta con tutta la frenesia di voler partire il prima possibile, sapendo che quel programma già di per sé strettissimo sui tempi, è diventato quasi impossibile a causa del brutto ritardo. Fatto. Parto. Pedalo. Mi sembra incredibile ora la sensazione di rilassamento.

Giusto il tempo di distendere i nervi realizzando che finalmente ho tutto quello che volevo, borse, bici, avventura, Vietnam, che devo iniziare a fare i conti con il caos della circolazione. Nasce spontaneo il pensiero che quando racconto il viaggio in America lungo il Great Divide, la domanda più comune è: Non hai avuto paura? È pericoloso! Lì ci sono gli orsi!

Provate a pedalare dentro Ho Chi Minh City e poi ne riparliamo, altro che mamma grizzly con i suoi cuccioli. Se vi immaginate il centro città come un fiume di motorini e affluenti in ogni direzione, nel suburbano la situazione riesce addirittura a peggiorare, ai mille-mila-milioni di motorini si aggiungono i camion e strade a groviera. Tuttavia devo dire che c’è democrazia. Da noi spesso vige la legge della giungla, è il mezzo più grande ad imporsi sugli altri: se sei una moto la precedenza se la prende la macchina, se sei una macchina il prepotente sarà il camion. Si perché se avviene lo scontro tra i due si sa già chi avrà la peggio.

Qui invece il valore dei mezzi in strada è lo stesso: la bici vale come un motorino, che vale come un’auto, che vale come un camion, non vale un c****!

Proseguendo la rotta e trovandomi a che fare con questi luoghi a me così sconosciuti, trascorro i primi
giorni di ambientamento col pensiero “stavolta Andrea sei stato uno sprovveduto, stavolta hai sbagliato destinazione”.

Di seguito, dopo la galleria di fotografie, riporto due differenti pagine del mio diario di viaggio. Nella prima vi parlo del semplice episodio dell’unica foratura avvenuta lungo l’intero itinerario, nella seconda le mie riflessioni sul paese.

Credo che non ci sia modo migliore di una scrittura spontanea, messa giù di getto durante l’avventura, per trasmettere quanto drasticamente abbia cambiato idea sul Vietnam con il passare dei giorni.

DIARIO DI VIAGGIO | 2 Gennaio 2019

Vi racconto questa di qualche giorno fa. Ora sono vicino alla meta, inizio a rilassarmi e posso mettere giù su carta due righe, su carta si fa per dire.

Ero arrivato da poco e dovevo ancora abituarmi al paese, superare imprevisti di ogni tipo, come sempre. Ma qui è stato più difficile. Dalle strade che sulle mappe sono highways e poi le scopri sterrate o peggio ancora ricoperte di sassi, alla pioggia, caldo, umidità, traffico, inquinamento (l’insidia peggiore), gallerie impossibili da attraversare in bici. Inizia a tramontare, aumento il passo per arrivare in città dove finalmente ci sarà un hotel.

Prima però sorpresa. Buco la gomma posteriore e la buco proprio nel villaggio immerso tra le campagne. Inizia la riparazione e nel giro di poco sono circondato, una ventina di persone almeno, più passa il tempo e più ne arrivano, incuriosite dalla mia presenza, sbalorditi dalla mia attrezzatura: la luce sul casco, così piccola ma così potente che quando l’ho accesa al massimo sono rimasti a bocca aperta – rimasi a bocca aperta anch’io quando la vidi per la prima volta – . La pompa portatile. I freni a disco. Il perno passante. I pedali a sgancio rapido. Il pacco pignoni con tutti quei rapporti. E le gomme sottili (per me sono anche belle cicciotte, monto i 28) ma per loro evidentemente no. Sono proprio le gomme a far più scalpore.

Capita spesso infatti che quando la bici è parcheggiata, qualcuno si avvicina per tastare le ruote. Io sta cosa la adoro, è un po come se mi palpassero il culo. Per noi ciclisti la pressione degli pneumatici è una cosa intima, personale. Sicché è stato il cambio ruota più emozionante della mia vita. Come ad essere spinti su di un palcoscenico, microfono in mano e tutti gli occhi puntati su di me. Si va in scena. Sono il protagonista. Non posso sbagliare!

PS mentre ripartivo il tipo nella foto (sx) si è presentato con un casco di banane più grosso della mia testa.. “e queste dove lo metto!? Ne basta una, grazie di cuore. Ciao! “

Il viaggio vero è dove il turismo non arriva, e la bicicletta ti ci porta sempre! Tengo molto a questa foto (dx.), scattata precipitosamente dalla ragazzina di sedici anni incontrata nel settore sterrato dentro la giungla. Sono riuscito poi a capirne il motivo: ero il primo straniero che avesse mai visto!

La mia Packing list completa (sx.) e una delle porte secondarie di accesso al Bái Đính Pagoda (dx), il più grande tempio buddista del Vietnam. Notare la bici. Spesso si parla di lui come il tempio dei record. Sui suoi 539 ettari si trovano, tanto per dirne alcune, il Buddha più grande del sud-est asiatico; un’altra statua in bronzo dorato da 100 tonnellate è la più grande di tutta l’Asia; 500 monoliti di Arhat alti 2 metri scolpiti in differenti forme la rendono la pagoda con più Arhat del Vietnam; uno stupa di 13 piani che ospita le reliquie di Buddha provenienti dall’India è il più alto del sud-est asiatico; c’è la campana più grande del paese con un peso di 36 tonnellate, oppure il corridoio da 3 km è il più lungo dell’Asia …

DIARIO DI VIAGGIO | 05 Gennaio 2019

Viaggiare in nuove terre lontane è stimolante, mi attira parecchio, perché oltre a vivere la diversità e la scoperta, non puoi prevedere cosa riporterai a casa. Questa volta non sapevo affatto cosa realmente sarebbe stato questo luogo così distante da noi per geografia e tradizioni.

Non ho mai amato particolarmente le culture orientali-cinesi, forse perché troppo distanti da quello che sono io, ed è anche per questo che sono venuto a scoprirle.

Qui le differenze con il nostro mondo stanno un po’ dappertutto e le poche analogie che ritrovo sono dovute ancora una volta all’era coloniale, francese nella fattispecie. Ad esempio si celebra il Natale e facilmente si trovano le baguette o altri prodotti di pasticceria.

Nonostante le insormontabili difficoltà Iinguistiche è facile rendersi conto che i vietnamiti sono un popolo
estremamente amichevole, questo lo sapevo anche da casa, ma viverlo di persona con un viaggio così
avventuroso fa un altro effetto. Sorridenti altruisti gentili ricchi di bontà d’animo. La mia serenità è stata sostenuta dal loro atteggiamento. Con i mille Hello! urlati a bordo strada, i mille Hello! dai motorini in sorpasso, dai camion fermi in manovra, dai camion in corsa, tra i tavoli dei ristoranti, dai dirimpettai di hotel in cui alloggiavo.

Sono uno straniero nella loro terra, se ne accorgono da lontano, ma mai sono stati ostili anzi mi
offrono benevolenza. Soprattutto sorridendo e dicendomi Hello! E pensare a quello che gli americani hanno fatto a questa gente dovrebbe fargli schifo anche solo pensarla quella parola. I saluti con la mano, i pollici alzati, le dita in segno di V e appunto l’immancabile sorriso… è anche grazie a loro se sono riuscito ad arrivare fino in fondo, regalandomi il buon umore.

Non mi sono mai sentito in pericolo – traffico escluso ovviamente – e questo è molto importante. Specie se si viaggia da soli. Specie se passo le giornate sui pedali e quando mi fermo non sono esattamente così lucido da poter vigilare sulla mia incolumità e su quella delle mie cose. Non mi sono sentito in pericolo nemmeno quando capitavo nelle zone più fatiscenti o isolate. Nemmeno nelle metropoli. Per la prima volta, non ho mai e dico mai messo il lucchetto alla bici. Neanche una! Mai successo. Mi chiedo cosa l’abbia portato a fare.

Quello che voglio far emergere in tutto questo discorso è che davvero le buone maniere, la gentilezza, gli atteggiamenti positivi, possono aiutare a superare i disagi e migliorare le condizioni di vita. Il regalo di Natale che riporterò da questo viaggio è proprio lui, aver consolidato questo concetto.

Ridiamo di più. In fondo non costa nulla e ne guadagnano tutti. Viva i sorrisi! Viva il Vietnam!”

Foto e testo di Andrea Polidori, potete seguirlo su Instagram o Facebook!

Il riassunto del viaggio!

 

 

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