Il Naturaid Marocco è un raduno tra amici e appassionati di viaggio in mountain bike, giunto alla sesta edizione. 870 km e 18.000 m di dislivello con la possibilità accorciare l’itinerario a 670 km e 13.000 m.

“Fermiamoci un attimo, spegni le luci..” mi dice Eriberto. Alziamo gli occhi al cielo e lo spettacolo che ci si presenta è mozzafiato. Una cupola tempestata di stelle, solcata da una via lattea immensa, impossibile da vedere alle nostre latitudini, a causa dell’inquinamento luminoso. Invece qui, attorno a noi, c’è il buio totale, da dover sbattere le palpebre per capire se gli occhi sono aperti o chiusi. Un intenso brivido corre lungo la mia schiena. Forse è anche la temperatura, prossima allo zero, precipitata rapidamente appena il sole è calato dietro le alte cime delle montagne che stiamo attraversando. Incredibile che a mezzogiorno fossimo in maniche corte e pantaloncini. Sono le otto di sera, siamo in sella da 14 ore e abbiamo davanti l’ultima lunga discesa del giorno, per raggiungere un villaggio, chissà probabilmente solo una manciata di case, sperando di trovare un luogo per passare la notte. Perché di certezze qua, tra queste montagne, non ce ne sono.

Il Naturaid Marocco è un raduno tra amici e appassionati di viaggio in mountain bike, giunto alla sesta edizione, la prima risalente al 2004, quando in Europa non esisteva ancora niente di questo genere, gli albori del bikepacking. 870 km e 18.000 m di dislivello con la possibilità accorciare l’itinerario a 670 km e 13.000 m+. Avventura vera, nessun control point, nessun supporto. Per sicurezza ci è stato consigliato di viaggiare almeno a coppie ed essere dotati di un trasmettitore satellitare. In questo modo la posizione dei partecipanti è stata trasmessa via internet in tempo reale su una pagina dedicata all’evento.

Maurizio Doro, l’organizzatore dell’evento, ci ha dato il benvenuto, augurandoci buon viaggio all’alba della partenza: “questo nostro raduno sarà un’esperienza d’altri tempi, ognuno sceglierà il proprio percorso, fatto di tempi, di velocità, di solitudine, di condivisione, di riflessione, di fotografie, di ammirazione, di gioie, di dolori, di incontri… Il mio augurio è che ognuno trovi la sua dimensione personale!”. Infatti il percorso è stato interpretato in maniera molto diversa tra i partecipanti: chi ha fatto una “gara con sé stesso”, alla ricerca del minor tempo (3 giorni e 13 ore, dormendo quasi niente) e chi ha optato per il percorso “corto”, fermandosi più a lungo e viaggiando prevalentemente nelle ore di luce.

Siamo partiti alle 6 di mattina del 6 novembre da Iminifri, piccolo villaggio situato a 1100 m, nei pressi di Demnate, 120 km a nord est di Marrakech, porta naturale d’ingresso nell’Alto Atlante marocchino, una catena montuosa con cime che superano i 4000 metri, le più alte dell’Africa settentrionale. La traccia è perfetta, con varianti di “sicurezza” in caso di maltempo e anche i waypoint che ci sono stati forniti si sono rivelati molto utili. Un percorso meraviglioso, quanto di meglio un amante del bikepacking offroad possa desiderare: tanto sterrato, generalmente scorrevole su piste, ma a tratti molto sconnesso e pietroso, che richiede una buona tecnica di guida. Lunghe salite alternate a belle discese e solo un passaggio di qualche chilometro da fare a spinta, nel letto di un fiume.

Abbiamo pedalato in prevalenza tra 1500 e 2000 metri s.l.m con il passo più alto a quasi 3000 m. Spesso ci si è messo contro un vento teso, capace di trasformare un semplice tratto pianeggiante in un calvario, con la sabbia e la polvere che raschiavano la gola. Tanta fatica, ma sempre ripagata da paesaggi meravigliosi e sorprendentemente vari. Montagne imponenti e dalla morfologia insolita, con rocce coloratissime si alternano a profondi canyon e ai deserti rocciosi, il cui fascino è indescrivibile. Poi in un attimo cambia tutto, è sufficiente che sgorghi un piccolo torrente da una montagna e la vegetazione esplode in valli rigogliose, spesso sapientemente sfruttate dall’agricoltura. Cereali, ortaggi ma anche i meleti sono diffusi in alcune zone. Le abitazioni sono costruite con mattoni di terra impastata con la paglia. Per questo motivo si mimetizzano con il terreno e le rocce circostanti, diventando quasi invisibili tra le montagne.

Luoghi molto selvaggi e severi, abitati da una popolazione antica e affascinante, i Berberi. Sempre molto cordiali e ospitali, non ci hanno mai negano un aiuto o un semplice saluto. I bambini, incontrati numerosi in tutti i villaggi, sono molto gioiosi e hanno l’abitudine di inseguirti, a volte in maniera un po’ insistente, ma più per gioco e divertimento che, molto raramente, per chiedere soldi o cibo. La dignità di questo popolo è ammirevole. Dev’essere duro strappare alla terra arida lo stretto necessario per la sopravvivenza, o allevare bestiame nel deserto. Eppure non esitano a privarsi del proprio cibo o a offrire ospitalità talvolta senza volere qualcosa in cambio. Ma sanno anche riposarsi e la loro calma è proverbiale: inutile avere fretta! È facile cadere nella tentazione di farsi preparare un tajine, deliziosa pietanza a base di carne e verdure cotte a lungo sulle braci nel tradizionale piatto di terracotta, che tuttavia può costare una sosta di un paio d’ore! Così per strada, il massimo del cibo di cui conviene accontentarsi è rappresentato dall’ubiquitario omelette, magari accompagnato da un po’ di pane e una scatoletta di sardine sott’olio. Abbiamo incontrato anche accampamenti di pastori che vivono in tende o in grotte scavate nei fianchi delle montagne, assieme al loro gregge.

Forse questo è l’aspetto che ha accomunato tutti i partecipanti, il fascino per i berberi, come si può evincere dalle parole di alcuni di noi:

“Mai avremo pensato che questa terra entrasse dentro di noi con tanta dirompenza, che si insinuasse dentro ogni nostra piega come la polvere che per giorni ci ha accompagnato, che ci facesse pensare a quanto noi abbiamo e a quanto noi diamo, che un popolo così povero ci donasse il poco che aveva perché in quel momento noi eravamo più poveri di loro, un popolo che ci facesse ricordare in modo così profondo quanto sia più importante essere che avere”.
Francesca Patti & Erwin Cipriano

“Sudore e fatica, gioia e meraviglia, freddo e vento, caldo e polvere da seccare le mucose e far sanguinare il naso, lunghe piste in deserti rocciosi a 1500 metri e scollinamenti a ridosso dei 3000, sorrisi e pianti dei bambini nei villaggi fatti di fango, albe e tramonti, profumi di piante e spezie e odore ripugnante di una carcassa animale, comodi sofa su cui mangiare e riposarsi e polverosi e sporchi pavimenti su cui dormire qualche ora, docce di fortuna o ruscelli gelati per rinfrescarsi e togliersi la polvere di dosso, mani e pane come posate naturali pronte a rifocillarci con inaudita ingordigia, anche fosse semplicemente una delle innumerevoli, preziose e providenziali frittate berbere”.
Marco Pettena

“Maurizio ha realizzato un capolavoro, il Naturaid è un tracciato che ti conduce nelle viscere del Marocco, a contatto del dignitoso popolo berbero, della sua cultura e delle sue tradizioni; il Naturaid mette alla prova il carattere, la forza, la volontà, l’intelligenza, le tue capacità di sapertela cavare senza aiuti, di adattarti a ciò che trovi, di capire quanto puoi osare o quanto devi limitarti per gestire le energie… Il Naturaid è una palestra di vita!”.
Antonio Marino

“Da molti anni sono calamitato da queste “terre berbere”, il mio carattere curioso ed esuberante vuole assaporare e conoscere nel più profondo la storia di questa terra, le sue genti e le sue tradizioni. Forse non tutto condivisibile, ma è molto importante conoscere la storia per capirne ora le ragioni e la cultura. Ho imparato molto stando vicino a loro”.
Maurizio Doro

Un viaggio incredibile, un’esperienza di vita intensissima. 4 giorni e mezzo e quasi 700 km tra montagne di una bellezza commovente, abitate da una popolazione antica, ricca di fascino e mistero.
Difficile raccontare i silenzi, i profumi, le grida di gioia delle centinaia di bambini incontrati. Ma è difficile anche descrivere la fatica, le emozioni provate e a volte il timore a vagare per centinaia di chilometri nel deserto, in completa autonomia, in un paese così lontano e diverso da quello a cui siamo abituati. Spero di poter dare un’idea almeno dei colori, dei sorrisi, dell’intensità degli sguardi e dell’immensa bellezza dei paesaggi di questo angolo di Africa, con le mie foto

Testo e foto di Marcello Corazza.

Commenti tramite Facebook