Fabio Barboni ci racconta il suo Marche Trail 2018

Ecco il racconto di Fabio Barboni che ha partecipato alla prima edizione del Marche Trail, lo scorso 12 Ottobre. Un percorso di 380km con 8300m di dislivello positivo dal mare alla montagna attraversando le colline marchigiane.

“Ho conosciuto Ivano, l’organizzatore del Marche Trail, allo scorso BAM a Mantova. L’argomento fisso di molte delle nostre conversazioni è stato fin da subito riguardo questo suo progetto di organizzare un trail nella nostra regione in autunno. Così dopo esserci scambiati più di qualche idea su località e tracciati inserire siamo anche usciti insieme provando in estate parti del futuro tracciato in mtb e gravel. Da subito sono rimasto colpito dal suo entusiasmo e dalle sue idee ma l’indecisione sul partecipare o meno è rimasta fino all’ultimo.

Il mercoledì sera, quando ricevo la traccia definitiva, rimango un po’ basito: le ultime parole di Ivano erano state “Sai, l’ho alleggerito per renderlo scorrevole e fattibile in tre giorni per tutti”. Davanti a 380km per 8300m d+ di traccia (con 3000m d+ solo fra il Conero e San Severino) chiamo subito Ivano che mi risponde sghignazzando: “Ma che ti frega del dislivello, piglia e parti!”

GIORNO 1

Va così a finire che il venerdì mattino, conscio che sarebbe stato tutto tranne che scorrevole e fattibile, sono li pronto alla piazza di Marcelli di Numana con la mia Diverge da testare con le ruote 650B. La partenza alle prime ore del mattino avviene poco dopo un’alba meravigliosa sulla riviera del Conero, alle 8 precise, con ancora la luce dorata del sole che riflette sulle parti cromate delle nostre bici. Si parte in modalità carovana per la prima meta: il monte Conero.

Il primo tratto del trail, impegnativo e spettacolare, era obiettivamente  adatto alle MTB piuttosto che a bici gravel. Sono stato costretto a spingere alcuni tratti in salita, anche a causa di un problema al deragliatole che mi avrebbe condizionato per tutto il giorno. Tuttavia in discesa con le ruote da 650 la mia Diverge si è trasformata in una piccola MBT XC anni 90 e sono riuscito a fare in sella anche i tratti tecnici. Inutile descrivere lo spettacolo che si può ammirare pedalando un sentiero a strapiombo sul mare: il Conero è un must per ogni ciclista marchigiano che si rispetti, come una delle tante varianti di salita verso Sassotetto, Ivano le ha giustamente inserite entrambe.

La seconda parte della mattinata ha visto la carovana mano a mano allungarsi, con i primi bikers lanciati verso Loreto prima e Recanati poi. Le salite da affrontare in questo tratto, anche se impegnative, non mi hanno sorpreso più di tanto, per buona parte abbiamo pedalato su asfalto e comunque anche i tratti gravel erano prevedibili valutando la morfologia della zona.

Le sorprese sono arrivate nella seconda parte della tarda mattinata e del pomeriggio: non so come, ma Ivano è riuscito a piazzare muri su muri che hanno reso davvero  inaspettatamente ostico l’arrivo sino a Tolentino. In particolare il Famigerato Muro di Montelupone, con tratto finale su pavé gradinato alla dolce pendenza del 20%, ha messo a dura prova anche i più provetti scalatori nonché il mio deragliatore, che non vorrà più sapere di funzionare a dovere costringendomi a percorrere tutto il tratto successivo di muri e muretti di strade sterrate della campagna maceratese in terza marcia.

Il primo giorno si è rivelato molto più impegnativo del previsto per quasi tutti i partecipanti; in serata all’arrivo a Serrapetrona, visti i problemi al cambio, saluto il mio amico Andrea e i due nuovi amici di pedale Pierluigi e Massimo, che per tutto il giorno mi avevano tenuto compagnia: loro si fermano per la cena mentre io parto per fondarmi velocemente verso San Severino Marche. Arrivo in piazza nella notte giusto per fare due foto e saluto Ivano che era li con lo staff a scattare foto ai vari partecipanti.

Sfrutto la  vicinanza a casa, conscio che non avrei potuto continuare con il cambio in quelle condizioni, per un cambio bici, ripresentandomi in traccia la mattina successiva con 20km extra e la mia amata Fuse: una bella MTB 27,5+ che immediatamente mi ha fatto rimpiangere la reattività e scorrevolezza della Diverge.

GIORNO 2

La seconda parte del trail era impostata come una tappa prettamente di montagna, Villa d’Aria sopra San Severino Marche, discesa fino al lago di Caccamo poi salita impegnativa sino alla cima del monte Fiegni: mille metri tutti di un fiato, con discesa spettacolare sino al lago di Fiastra, dove arrivo insieme ad il mio amico Alessandro.

Il lago ci ha accolto con le sue tipiche sfumature tra il turchese e smeraldo quando era l’ora di pranzo, quindi mi fermo per un panino ripartendo subito e sperando di essere per le cinque di pomeriggio a Pintura.

Il passo di Sasso tetto, seconda parte della tappa montana e “Cima Coppi” del trail, lo pedalo inizialmente con l’unico partecipante che avevo incontrato in tutta la mattinata. Con la sua scorrevole gravel, poco dopo Podalla, lo lascio andare via. Arrivato poco sotto il passo di Sassotetto, dopo circa un’ora di solitudine con la mia Fuse che arrancava sull’asfalto facendomi pensare a quanti metri (perché a quel punto li si pensa in metri non in chilometri) mancassero, sono stato affiancato da Giovanni, un curioso cercatore di funghi sulla sua Yaris. Chiacchieriamo un po interrompendo la monotonia del pomeriggio passato in solitudine, un fondamentale aiuto psicologico in un momento di crisi cosmica sulla salita di Sassottetto, che sembrava infinita.

In realtà arrivo a Pintura molto in anticipo rispetto a quanto sperato: sono appena le quattro, faccio sosta per controllare la corda del rifugio che segnava bel tempo, fare una veloce merenda e prendermi un caffé per poi proseguire come un razzo in discesa verso Sarnano.

Nel ridente borgo faccio la sosta gelato (perché : “qui non lo teniamo nemmeno d’estate!”  mi diceva sconsolata la ragazza del bar di Pintura), recupero e incredulo sul fatto che fossi riuscito ad arrivare sino li alle cinque del pomeriggio decido di pedalare almeno sino alle otto per poi cenare e dormire.

Dato uno sguardo al Garmin inizio a creder di poter arrivare in prossimità di Ascoli poco dopo il tramonto, cosi galvanizzato proseguo attraversando strade di campagna e macchie boschive. Raggiungo Amandola prima, Comunanza poi e arrivo verso le nove di sera a Venarotta, dove già immagino una triste cena solitaria al pari del pomeriggio. Fortunatamente incontro altri tre partecipanti, uno decide di proseguire e mangiare un panino, gli altri due, Pierarturo e Luca, si fermano con me per gustare una pizza spettacolare all’Arcobaleno. Trangugiamo giù le nostre pizze (più una bonus e un vassoio di patine gentilmente offerte dal proprietario) e poi decidiamo di proseguire.

Loro seguono la traccia io invece mi devo portare fuori per raggiungere un B&B che si rivelerà in linea con il Marche Trail: infatti, con 300 chilometri e oltre 6.000 metri di dislivello sulle gambe in meno di ventiquattro ore, verso le dieci di sera sono costretto a fare una 300 metri di rampa al 20% per raggiungere questa graziosa abitazione con vista privilegiata su Ascoli.

GIORNO 3

Magnifica la notte passata nel B&B da Nini e Cocò, gestito da marito e moglie marchigiani fino al midollo nei modi e nelle maniere, in cui mi sono sentito trattato come un figlio: “magna cocco che dopo devi pedalà forte pè ji su a Offida e Ripatransò! Oh le salite è belle toste” mi ripetevano come un mantra porgendomi da destra e sinistra fette di ciambellone “de casa” durante la colazione.

Nonostante il clima familiare e un accoglienza e un calore eccezionale devo scappare, ho calcolato di arrivare prima delle tredici per prendere il treno e rientrare a casa nel primo pomeriggio, così mi fiondo veloce sino ad Ascoli, entro in città alle 7.30 di domenica mattina. Le piazze e le vie del centro con le loro chiese medievali sono deserte, posso fare delle foto privilegiate con una luce eccezionale ma non faccio pause sapendo che devo fare molto dislivello e ancora parecchia strada, tra cui l’ennesimo muro dopo Offida.

Velocemente lascio Ascoli e in solitaria arrivo sino ad Appignano del Tronto, non sono ancora le nove del mattino, mi accompagnano solo, salita, campi ed gli uliveti della campagna circostante che sembrano coperti di argento che risplende sotto i primi raggi di sole. La traccia segue una strada di campagna in cui non incontro anima viva sino al centro di Appignano del Tronto, borgo di quattro anime da dove proseguo seguendo un saliscendi tra i calanchi argillosi verso Offida. Città che mi accoglie dopo l’ennesima scalata, ho un pò di difficoltà con la gomma posteriore che perde pressione dalla valvola e devo fermarmi più volte a gonfiare la ruota che comunque regge abbastanza per farmi proseguire. Inizio anche ad avvertire dei dolori allo stomaco, la colazione luculliana da Ninì e Cocò unita al freddo preso durante la discesa verso Ascoli mi fanno pensare (a ragione poi…) al peggio, quindi decido di non mangiare e vado avanti tutta la mattina con due tè caldi e il Gatorade.

Proseguo acciaccato sino al fondo valle tra Offida e Ripatransone, sento che non sono più al 100% e nonostante i crampi allo stomaco ingoio una mezza barretta e vado avanti, indeciso se affrontare quel muro che avevo studiato sulla cartina o proseguire dritto verso il mare e la fine del trail.

Faccio una pausa, controllo la mappa e vedo che è poco più di un km di salita, poi dovrebbe essere tutta discesa, quindi mi convinco e proseguo puntando avanti metro per metro; inizio a salire quella che tutti hanno definito la “salita della morte“: si passa dai 90 metri del fondo valle ai 450 metri sul livello del mare di Ripatransone nel giro di 2 km scarsi. Dato il dislivello in alcuni punti a fatica riesco a tenere a terra la ruota anteriore della bici, ammetto di aver maledetto Ivano prima e me stesso poi per la scelta scellerata una pedalata si ed una no sino alla cima, li mi fermo 10 minuti, sono stremato perché sono 5 ore che non mangio nulla e avverto i sintomi di probabile virus intestinale.

La salita mi ha prosciugato quasi tutte le forze, ma ormai la meta è li, mi rimetto in sella e pedalata dopo pedalata riesco a raggiungere Grottammare, sono senz’acqua, chiedo a due ciclisti della zona che mi accompagnano ad una fontanella, bevo anche la curva delle acque minerali del G.P. di Monaco e proseguo.

Arrivato sulla spiaggia per un pò spariscono i miraggi e le aurore boreali, ho provato  già altre volte verso la fine del trail quella sensazione di energia vitale che dalla testa scende lungo il corpo, sembro rinvigorito e gioco lungo mare sino alla meta del trail con la mia fatty, tanto che ritardo un pò e arrivo che sono ormai le tredici.

Giusto il tempo di firmare al volo, non posso nemmeno mangiare niente perché non mi sento in forma e ho il treno di li a qualche minuto verso Porto Recanati da prendere al volo con Ausilia e Sebastiano (due fidanzati e biker veramente tosti che erano arrivati nella notte). Scambiamo due chiacchiere, li accompagno con le ultime forze in corpo a fare un giro per porto Recanati e li al Camping di Numana dove tutto era iniziato, facciamo l’ultima foto alle bici e ci congediamo con l’augurio di pedalare di nuovo insieme per qualche altro trail.

Che dire, il Marche Trail è veramente il trail che non ti aspetti: Ivano ha ridotto i tratti di asfalto al minimo, ha creato un percorso molto impegnativo, non affatto scontato nemmeno per me che sono un “local”. Effettivamente ho potuto percorrere molti tratti di sterrato inediti. Come primo evento devo dire che nulla è stato lasciato al caso, anche grazie ai miei conterranei che hanno accolto con calore e curiosità tutti i vari concorrenti. Va detto che il dislivello e le pendenze medie rendono senz’altro questo trail piuttosto impegnativo.

Posso solo complimentarmi con tutto lo Staff che Ivano ha organizzato, speriamo di avere un Marche Trail 2019 ancora più entusiasmante con luoghi inediti da visitare. Auspicando anche che possano essere risolte molte delle criticità dovute al Sisma del 2016. Queste hanno impedito alcuni passaggi veramente superlativi in alcuni tratti nel cuore del Parco Nazionale dei Sibillini che è stato possibile attraversare solo di “sfuggita” celando agli occhi dei partecipanti la meraviglia della Val di Panico e della Val di Bove, solo per citarne due.

Testo di Fabio Barboni

Foto di Matteo Dunchi

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