Questo è stato il viaggio della svolta, dove, finalmente, ho scoperto la mia dimensione di viaggiatore a pedali e di bikepacker. Correva l’anno 2012.

Sono altalenanti le emozioni dentro di me, passo dall’euforia alla paura in men che non si dica. Euforia per un viaggio tanto desiderato e paura di non farcela. L’idea di intraprendere questo viaggio comincia nel 2008 quando, dopo aver comprato una guida di itinerari cicloturistici, vedo il nome del primo capitolo, ISLANDA. A dire il vero non sapevo nemmeno bene dove fosse l’Islanda e cosa ci fosse da vedere, poi ho iniziato ad informarmi, a leggere ed a vedere foto e finalmente adesso, nel 2012, il sogno sta per realizzarsi. Il programma è chiaro nella mia testa, voglio vedere tutto, Ring Road, West Fiords, pista del Kjolur e la famosa pista Sprengisandur. In totale sono più di 3000 km da fare in meno di un mese. Quasi impossibile ma comunque ci voglio provare. Da quando ho deciso di partire per questo viaggio, tutti mi fanno la stessa domanda, ma perchè in Islanda? Ma cosa c’è da vedere? Perchè in bici? Difficile rispondere. Difficile soprattutto per chi non è un amante della natura, del vivere a contatto con il mondo esterno senza filtri di nessun genere. Ci sono persone che non sono mai state in montagna, che non si sono mai bagnate sotto un temporale, che non sanno quanto più essere bello sentirsi perduti in mezzo a un bosco. La risposta allora è molto semplicistica, a tutti ho detto che vado in Islanda “per la natura”. A dire il vero però non so bene nemmeno io perchè vado in quel posto invece che in un altro, è come se questa meta mi stesse chiamando. Sarà per la scarsissima presenza dell’uomo, i suoi 320.000 abitanti e 100.000 km2 di superficie la rendono il paese meno popolato d’Europa, oppure perchè avrò la possibilità di affrontare il deserto. Alla fine sento che questo è il posto giusto per me, perchè quest’anno non voglio fare una vacanza, voglio fare un viaggio, un’esperienza da portarmi dentro.

In BLU la prima parte del viaggio (senso antiorario) F35 + fiordi occidentali // in ROSSO la parte del viaggio fatta in auto (da sud a nord) // in AZZURRO la seconda parte del viaggio – strada F26 – da nord a sud

La mia attrezzatura è sparsa ovunque in casa, completi da bicicletta, attrezzi, sacco a pelo, tenda, gavetta, caricatore, cartine e quant’altro. Mentre preparo i bagagli mi accorgo sempre più di quanto la maggior parte degli oggetti di cui ci circondiamo sia superflua, per non dire inutile. Mi sto preparando per stare via un mese in un paese freddo e l’attrezzatura che mi porto dietro potrebbe benissimo essere la stessa che userei per stare via un anno. Tutto quello di cui ho bisogno sta sopra una bicicletta. Sembra impossibile ma non mi manca niente, la mia casa che adesso è fatta di cemento armato si tramuterà in una tenda, il mio letto in un sacco a pelo, la cucina in una gavetta. L’enorme armadio dove tutti noi teniamo quintali di vestiti si tramuterà come per magia in una borsa. Se uno si fermasse un attimo a riflettere su tutto ciò potrebbe chiedersi se in realtà siamo noi a possedere gli oggetti oppure sono gli oggetti che posseggono noi.

Tutto è pronto, bicicletta fatta revisionare, bagagli ultimati, scatolone per imballare la bici sull’aereo trovato, mappa del percorso caricata sul navigatore. Manca solo di arrivare al giorno della partenza ma come per magia più questo momento si avvicina e più il tempo rallenta; questa è la magia dell’attesa per un grande viaggio.

Si parte! – 29 luglio

Keflavik- Thingvellir
Distanza: 96 km
Durata: 5:36 ore
Dislivello: 760 m

Finalmente è lì davanti ai miei occhi. È tutto come me lo immaginavo, come lo avevo letto su internet ma amplificato dieci volte tanto. Gli spazi sono inimmaginabili per un italiano, l’occhio può spaziare per chilometri e chilometri senza vedere niente al di fuori della natura incontaminata.

Pioviggina come nelle più classiche delle giornate islandesi, ma sono galvanizzato al massimo e niente può intaccare il sorriso sulla faccia.

L’arrivo, alle 3 della mattina (le 5 in Italia), non è dei migliori perchè durante il volo non è stato possibile dormire per più di un paio di ore rimesse insieme. Smontiamo gli scatoloni e rimontiamo biciclette e attrezzatura, sono le 4.30 del mattino, non abbiamo riposato niente questa notte ma l’idea di mettersi a dormire non ci passa neppure per l’anticamera del cervello. La strada studiata per mesi è lì a portata di mano e noi non vogliamo indugiare ancora. Lasciamo gli scatoloni dell’imballo delle bici nel deposito dell’Alex Hotel che ci farà la cortesia, previo pagamento di ben due notti in campeggio, di tenercele fino al nostro ritorno, tra un mese.

Si parte finalmente! Ho un sorriso ebete stampato sulla faccia che non se ne vuole andare e il senso di appagamento è totale. Le prime pedalate volano via in un attimo anche se la strada che da Keflavik porta a Reykjavik non è il massimo a causa del traffico.

La periferia di Reykjavik è veramente desolante, il grigiume delle case si mimetizza con quello del cielo carico di acqua e il traffico è molto sostenuto. Per fortuna la corsia di emergenza si trasforma in un’ottima ciclabile per noi avventurieri. Passata la capitale finalmente i paesaggi sono come me li immaginavo, il traffico rallenta e le piste ciclabili ci accompagnano per molti chilometri.

Una cosa che mi ha subito stupito è vedere il massiccio numero di cicloturisti presenti sull’isola, solo oggi ho visto una cinquantina di colleghi. Nel campeggio di Thingvellir siamo quasi tutti “di noi” e il clima è molto cordiale. In maniera quasi maniacale ci studiamo, guardiamo che tipo di bici abbiamo, che copertoni, la marca delle borse, la disposizione del carico, sembriamo i cani quando si odorano a vicenda!

Ancora non mi rendo conto di essere viaggio, di avere di fronte un mese di strada e tanti chilometri da percorrere. Questo primo giorno è stato un successo sotto tutti i punti di vista e non mi potevo aspettare di meglio.

Le cascate di Gullfoss – 30 luglio

Thingvellir-Gullfoss
Distanza: 77 km
Durata: 4:31 ore
Dislivello: 580 m

Acqua a catinelle e vento contrario, ecco il volto selvaggio dell’isola. Il risveglio non è dei migliori, dal cielo scende una pioggia fine e fitta e in cinque minuti sono già fradicio. Dopo un abbozzo di colazione con un (quasi) cappuccino liofilizzato che all’aspetto sembra acqua sporca e con qualche biscotto torniamo sulla strada. Adesso la sensazione di essere in viaggio è più forte rispetto a ieri. Finalmente mi sono risvegliato dentro la mia (nuova) tenda e ho potuto assaporare la prima notte di avventura.

Le nuvole basse nascondono il paesaggio ma si possono intuire benissimo gli enormi spazi intorno a noi. La pedalata si fa molto più sicura ma la colazione scarsa si ripercuote dopo poco sulle mie gambe, sono passate solo poche ore ed ho già una fame da lupi. Il clima certo non aiuta, sono passato dalla torrida estate italiana ad un clima autunnale in pochissimo tempo e il fisico deve ritrovare l’equilibrio.

Arrivati a Laugarvatn ecco finalmente un fast-food con all’interno un mini market, adesso la mia inesorabile fame può essere saziata con un piatto tipico islandese, hamburger e patatine!

Fortunatamente il tempo migliora e all’altezza di Geysir esce fuori dalle nuvole un bel sole che scalda i nostri corpi fradici. La località ospita, guarda caso, un parco pieno di geyser, di cui uno che sputa potenti colonne d’acqua ogni otto minuti esatti. Qua la natura è più precisa di un orologio svizzero.

Arrivati a Gullfoss lo spettacolo dell’enorme massa d’acqua che cade nel dirupo è abbellito dall’arcobaleno che si forma sugli spruzzi. Oggi è una giornata fantastica, di quelle che da queste parti se ne vedono poche.

Il sito naturale è invaso da centinaia di turisti che scendono da imponenti autobus. È divertente vedere questo tipo di turisti, di quelli che hanno comprato il pacchetto vacanze tutto incluso. Sono sballottati tutto il giorno su e giù per l’isola, appena scendono dall’autobus corrono tutti in bagno perchè solo Dio sa dopo quanto tempo potranno rivederne un altro, poi cominciano a fare foto a raffica con un occhio sull’obiettivo e l’altro all’orologio per controllare di non fare tardi per la ripartenza. Io osservo la scenetta divertente, che si ripete ad ogni comitiva, comodamente sdraiato sul prato, con vista cascata, mentre mi cucino uno spuntino con la gavetta. Finalmente sono completamente padrone della mia vita.

Riprendiamo la bici e ci dirigiamo verso il deserto sulla F35 ma all’orizzonte il panorama non è dei più confortanti, sta arrivando una tempesta di dimensioni galattiche. Non è il caso proseguire e addentrarci nella tempesta, siamo solo all’inizio e oggi abbiamo già fatto la nostra dose di chilometri giornalieri.

Rientro subito a Gullfoss al riparo del ristorante mentre fuori si scatena il finimondo. Decidiamo di accamparci sulle cascate e finalmente, visto l’orario, lo spettacolo della natura è tutto per noi che siamo in prima fila con le nostre tende.

F 35 – Kjolur 31 luglio

Gullfoss – Rifugio
Distanza: 77 km
Durata: 4:31 ore
Dislivello: 950 m

Risveglio bagnato risveglio fortunato. Sebbene il cielo sia straordinariamente limpido, sulle nostre tende piove copiosamente… è il buongiorno della cascata che ci sta mandando i suoi spruzzi.

Per la colazione aspettiamo che apra il bar posto a ridosso della cascata; ci sono un sacco di paninetti caldi appena sfornati pronti per essere mangiati con tanto burro e tantissima marmellata. Con il senno di poi forse ho esagerato nel mangiare ma sicuramente oggi brucerò molte più calorie di quelle che ho appena ingurgitato.

La giornata è fantastica e l’adrenalina è a mille, finalmente il deserto è davanti a noi. Il panorama è stupendo grazie al sole che ci bacia la faccia e in lontananza si può vedere il ghiacciaio che ci terrà compagnia per tutta la giornata. Molto presto l’asfalto lascia spazio allo sterrato e la sensazione di avventura diventa ancora più forte.

Ben presto la pista si rivela per quella che è, dura, molto dura. Lo stato di conservazione del fondo stradale è sempre più scadente e e dopo pochi chilometri facciamo conoscenza con quello che diventerà il nostro peggior nemico, le cunette. Detto così non sembra un grosso problema ma basta pedalare per dieci minuti con questo fondo e si rischiano i nervi. La causa di questo fenomeno è delle Jeep che passando a forte velocità modellano il fondo creando questi dossi continui. Sono fastidiosissimi e il mio è un continuo zig zagare a destra e a sinistra sul bordo della strada con l’intento di evitarli.

Tutto è però ripagato dallo spettacolo che ci circonda. Ben due ghiacciai, uno sulla destra e uno sulla sinistra, ci tengono compagnia, le colline si alternano e ci regalano sempre nuovi paesaggi.

Nessuna foto e nessun racconto può rendere veramente giustizia alla visione che ho davanti agli occhi, posso solo cercare di assimilare il più possibile nella mia testa per mantenere un ricordo nitido. Mi sento un vero avventuriero, davanti a me ho 180 km di pista da affrontare solo con la forza delle mie gambe e della mia testa. I numerosi cicloturisti che abbiamo incontrato fino ad adesso sono spariti a dimostrazione che questo non è un posto per tutti ma solo per chi si vuole mettere veramente in gioco.

Alla fine, stremati dopo 75 km in mezzo al deserto, ci dirigiamo in un rifugio per cenare e dormire. Fuori la temperatura è veramente bassa e il vento soffia forte, sarebbe stata una notte dura da passare in tenda.

F 35 – Kjolur Parte seconda – 1 agosto

Rifugio – Hunaver
Distanza: 113 km
Durata: 8:58 ore
Dislivello: 914 m

Siamo a metà della F 35, detta anche Kjolur, e oggi abbiamo intenzione di arrivare fino alla Ring Road.

La strada riprende come l’abbiamo lasciata ieri anche se adesso lo scenario è reso fiabesco dalla fitta nebbia che oscura la nostra visuale.

Fin da subito ricomincia la lotta con il fondo stradale, le cunette sono devastanti per la guida e evitarle spesso comporta un gran dispendio di energie e pazienza. I portapacchi sono messi a dura prova ma per adesso il carico sembra non creare troppi problemi e la stabilità della guida è decisamente buona. Sono contento della scelta di aver montato anche il portapacchi anteriore, sebbene i bagagli stessero comodamente solo sul retro, questa scelta mi ha permesso di “bilanciare” la bicicletta evitando il fastidioso fenomeno dell’impennamento in salita.

Il paesaggio lentamente cambia, i ghiacciai escono dalla mia vista e il terreno da scabroso e spoglio si fa di un verde sempre più brillante. Fortunatamente anche fondo stradale comincia a cambiare in meglio sebbene il vento contro non sembri deciso a mollare.

La strada è un continuo di sali/scendi, i dislivelli non sono importanti ma alla lunga le gambe, già messe a dura prova, accusano la fatica dei chilometri macinati.

In questi giorni sull’Islanda si sta abbattendo una tempesta ma al contrario di quello che si può immaginare, è di sole. A pensarci bene fin da subito ci siamo accorti che qua il sole è differente da quello che bacia la pelle sulla nostra penisola, ho la strana sensazione di essere a 4000 m di altezza. Quando esce dalle nuvole sembra che ti prenda a calci la faccia e la differenza di temperatura che c’è tra una zona all’ombra e una al sole è abissale. A guardarlo sembra proprio uguale al nostro, in definitiva siamo noi il paese del sole e sarebbe logico pensare che qua, ai confini con il circolo polare artico, sia meno potente. La colpa è del buco dell’ozono, fenomeno che noi abbiamo la fortuna di conoscere solo attraverso i telegiornali. Il riscaldamento globale fa sì che lo strato di ozono, che funge da filtro per le radiazioni ultraviolette, possa essere molto sottile e diminuire di molto il suo effetto protettivo.

Bastano due giorni sotto il sole per ritrovarmi con la faccia ustionata, non pensavo che in Islanda servisse la crema solare.

La fatica si fa sentire ma non c’è nessuna struttura per dormire fino alla strada N1. I chilometri sono ancora molta da fare, per giunta siamo dentro un banco di nuvole e il freddo e l’umidità sono notevoli. Non resta che stringere i denti e proseguire sebbene non abbia la minima idea di come possa essere la strada fino alla destinazione. Questo è uno degli aspetti che contraddistingue il viaggiare in bicicletta, l’unica persona che ti può aiutare mentre sei in viaggio è solo te stesso.

Finalmente dopo 115 km, di cui 90 di sterrato, arriviamo al campeggio che in realtà è una scuola che d’estate accoglie i turisti. La tipa che gestisce la struttura ci fa accomodare nella mensa dove c’è anche un palcoscenico per le recite. Con nostra sorpresa ci sistema i materassi proprio sul palcoscenico, stanotte andrà in scena un bello spettacolo di russatori!!

Direzione fiordi – 2 agosto

Hunaver – Hvammstangi
Distanza: 92 km
Durata: 5:01 ore
Dislivello: 554 m

Meno male che oggi doveva essere una tappa di defaticamento, 90 km di saliscendi continui di cui molti contro vento.

Il vento qua è per il ciclista una sorta di Dio o Demone secondo che sia a favore o contrario. Le distanze tra un posto e l’altro non sono mai definite in quanto la variabile del vento è fondamentale. Anche 20 km di asfalto in pianura possono diventare una tortura quando il vento è contrario, viceversa con il vento a favore i chilometri scorrono sotto le ruote senza nemmeno rendersene conto.

Ci si rende conto di essere vicini ai fiordi occidentali, le ampie valli hanno lasciato spazio a valli più strette e più scavate, la temperatura si è abbassata e si può vedere il mare.

Prendiamo verso Ovest, i West Fjords ci stanno aspettando. È incredibile come i paesaggi possano cambiare così rapidamente, tutti i giorni quest’isola ci sta regalando scenari mozzafiato. Bastano pochi colpi di pedale e dietro ogni curva è possibile apprezzare un paesaggio sempre diverso e sempre stupefacente.

Purtroppo essendo sulla Strada N1, la strada principale di collegamento islandese, il traffico si fa sentire. Qua il 60% della popolazione gira con fuoristrada con gomme enormi che da noi sarebbero illegali. Sento arrivare le macchine da un paio di chilometri di distanza dal baccano che fanno e quando mi sorpassano spesso barcollo a causa dello spostamento di aria. Inizio già a rimpiangere la solitudine del deserto.

Hvammstangi è una cittadina carina, peccato che l’unica guest house presente sia tutta piena. Ci dirigiamo all’albergo o meglio quella struttura con la scritta hotel che in Italia avrebbe la scritta “bettola” e alla richiesta di 120 euro a testa, senza nemmeno la colazione, decidiamo che anche stanotte dormiremo belli beati nelle nostre tende super lusso al campeggio della cittadina al costo di un’offerta libera. Ancora non ho ben capito come funzionino questi campeggi, non esiste reception, non chiedono documenti e per adesso non abbiamo tirato fuori un euro, ops, una corona!

Bordeyri, la porta dei fiordi occidentali – 3 agosto

Hvammstangi – Bordeyri
Distanza: 45 km
Durata: 3:05 ore
Dislivello: 290 m

Sono seduto a scrivere in una splendida guest house e dalla finestra posso ammirare il paesaggio dei fiordi occidentali. È arrivato il momento della giornata in cui mi posso rilassare. Ho la faccia bruciata dal vento e dal sole e la stanchezza accumulata comincia a farsi sentire.

La giornata di oggi è stata segnata dalla prima rottura meccanica, un raggio della ruota posteriore è partito. Fortunatamente un meccanico è riuscito a smontarmi il pacco pignoni e insieme abbiamo messo il raggio nuovo. É stata una vera fortuna aver trovato qualcuno in grado di aiutarmi perchè qua non ci sono molti centri abitati e quei pochi non hanno certo sempre un meccanico a disposizione.

I chilometri fatti non sono stati molti, le gambe hanno bisogno di riposare. Oggi mi dedico al riposo ed al lavaggio vestiti. Abbiamo tutta una casa a nostra disposizione e passeremo il tempo in totale relax.

La vicinanza dei fiordi si percepisce molto bene, le macchine sono quasi scomparse dalla strada. La zona dove passeremo i prossimi dieci giorni non solo è la meno popolata dell’Islanda ma è anche la meno frequentata sia dagli islandesi che dai turisti.

In lontananza posso vedere i rilievi montuosi ancora innevati, si prospettano diversi giorni di salite e posti stupendi.

Siamo arrivati da pochi giorni ma ho come l’impressione di essere qua da un mese.

4 agosto

Bordeyri – Holmavik
Distanza: 104 km
Durata: 6:30 ore
Dislivello: 1055 m

I fiordi non sono certo una passeggiata e subito ce ne rendiamo conto. In questa parte dell’isola non c’è davvero niente ed a pranzo ci dobbiamo accontentare di cucinare qualcosa su una spiaggetta in riva al mare, non so quanto avrei pagato per un bel piatto di penne al pomodoro…

Ancora nuovi panorami davanti a noi.

La mattina è iniziata bene con l’avvistamento di una foca che incuriosita si è messa a nuotare davanti a noi. Purtroppo il tempo di prendere la reflex ed era già andata via, sono sicuro che non mancherà occasione di reincontrare questi bellissimi animali.

Il traffico è quasi inesistente, addirittura meno di quello che abbiamo incontrato nel deserto. Intorno a noi c’è la solita natura ma arricchita dalla presenza del mare. In serata arriviamo nella cittadina di Holmavik e finalmente possiamo fare un pasto come si deve. Ci sediamo al tavolo e ordiniamo il grande menù a buffet, carne e pesce a volontà senza limiti, sebbene il conto sia molto caro non noi sono andati a rimessa!

5 agosto

Holmavik – Hotel Reykjanes
Distanza: 91 km
Durata: 5:02 ore
Dislivello: 670 m

Siamo nel cuore degli West Fiord, intorno a noi non c’è il minimo segno dell’uomo. La strada scorre veloce sotto le ruote fino a quando, improvvisamente, si alza il vento. É matematico, un lato del fiordo è con vento contrario (il primo) e l’altro con vento a favore.

All’ora di pranzo ci fermiamo a mangiare in una spiaggetta visto che non c’è la minima possibilità di trovare un ristorante o qualcosa di pronto. In mio aiuto arriva il fornellino e in particolare i noodles, gli “spaghetti cinesi”, che oltre ad avere il pregio di costare pochissimo (80 centesimi) cuociono in 3 minuti.

Finito di mangiare un forte suono coglie la mia attenzione, in mezzo al mare c’è una balena che sta saltando. Spettacolo unico mai visto prima. Sembra di essere davanti ad un documentario alla televisione ma invece è tutto reale davanti ai miei occhi. L’animale rimane ad offrirci lo spettacolo per dieci minuti buoni prima di sparire sott’acqua. L’avvistamento è valso tutta la fatica di questi giorni, che fortuna!

Finalmente anche per oggi la strada è finita e ci possiamo godere un bel bagno in una piscina di acqua calda all’aperto.

6 agosto

Hotel Reykjanes – Isafjordur
Distanza: 137 km
Durata: 8:02 ore
Dislivello: 780 m

Quando una tappa diventa obbligata si ha sempre quella sgradevole paura di non farcela, di non avere le gambe per arrivare fino a destinazione. Oggi con una tappa programmata di 140 km ho avuto questa sensazione per tutto il giorno, fino a quando non sono finalmente arrivato in questa grande cittadina chiamata Isafjordur.

La sveglia suona presto, i chilometri da fare sono molti. Sebbene sulla carta le salite siano poche e con bassi dislivelli, quello che mette paura è il vento. Un lato del fiordo è sempre contro vento e l’altro è sempre a favore. Il vento soffia dalla terra verso il mare e quindi è il primo lato che mette paura. Contro vento la media scende a 13 km/h e i chilometri di pianura diventano salita. Un martirio che oggi si è ripetuto per quattro volte come quattro sono il numero di fiordi che abbiamo incontrato. Fortunatamente la tappa odierna è stata la più spettacolare dal punto di vista paesaggistico e questo aiuta non poco a sopportare le molte ore sul sellino. Alla fine della giornata saranno ben 9.

Se l’altro giorno è stata la giornata della balena oggi è quella delle foche. Arrivato sulla cima del fiordo l’emozione è grande quando vedo un nutrito gruppo di foche che stanno pacate a prendere il sole sugli scogli. Sono molti esemplari, ci sono anche i piccoli, e tutti se ne stanno a rilassarsi sotto al sole. Prendo la macchina fotografica in mano e ovviamente mi avvicino, con discrezione, per fargli delle foto. Mi sento un po’ come i fotografi in spedizione per il-National Geographic! Questi sono i momenti che non ti aspetti e che ti risollevano il morale, facendoti dimenticare la stanchezza e il dolore alle gambe.

Con l’ultimo sforzo arriviamo a Isafjordur, “capoluogo” degli West Fiords. Il contachilometri segna 138 km. Tappone. La cittadina non è un gran che, forse perchè rispetto alle nostre non ha centro storico e le costruzioni sono messe un po’ a casaccio. Le guest house sono tutte occupate e allora dobbiamo ripiegare all’Edda Hotel. È la prima notte che paghiamo per mettere la tenda e questi soldi non sono mai stati peggio spesi. Il campeggio è un semplice prato a ridosso della strada, doccia a pagamento e servizi igienici a dir poco sporchi. Il costo di una tripla è esorbitante considerato che è solo pernottamento e che questa struttura in Italia sarebbe un Hotel a due stelle. Stavolta la fortuna ci ha girato le spalle.

7 agosto – Isafjordur

Oggi è finalmente la prima vera giornata di relax, sono seduto sui divanetti della hall dell’Edda Hotel e penso che rimarrò qua per la maggior parte della giornata. Dopo la tappa di ieri le gambe sono veramente a pezzi e non voglio fare niente per appesantirle.

Per molti aspetti questa nazione è molto diversa dalla nostra Italia. Da una parte me lo aspettavo, siamo nel Nord Europa, terra di rigore, ordine e “civiltà”. Ci sono però anche molte particolarità che mi hanno lasciato quasi imbarazzato…

Partiamo dai campeggi. Il campeggio libero in Islanda è consentito dalla legge ma non lo fa nessuno (a meno di necessità) perchè i campeggi attrezzati sono quasi tutti gratuiti. Sono formati da una bel pratino all’inglese attrezzato con servizi e talvolta anche una stanza al coperto per cucinare. Gli islandesi usano molto questo tipo di sistemazione per le loro vacanze.

Alberi. Molto semplice, non ce ne sono. Ancora non sono riuscito a capire il motivo ma qua non ci sono alberi, gli unici presenti sono molto pochi e sono evidentemente stati piantati dall’uomo. La vegetazione è molto bassa e formata da arbusti.

Acqua. Non esistono (o quasi) le bottiglie di acqua, nemmeno nei supermercati. Qua tutti bevono l’acqua della cannella. Non ci sono però nemmeno le fontanelle per strada ma non è un grandissimo problema visto che si può chiedere all’interno delle strutture. Nel deserto addirittura bevono l’acqua del fiume! Niente filtri o cose varie, solo una pompa che pesca acqua. Non avendo nessun tipo di inquinamento e non essendoci neanche animali l’acqua è purissima (arriva dal ghiacciaio) ed è anche molto buona.

Cibo. Argomento molto interessante qua. Il 99% degli islandesi ha una relazione complicata con il cibo. Sono quasi tutti obesi. Di primo colpo sembra di essere negli USA. Sono sempre a mangiare a qualsiasi ora del giorno e della notte e nonostante la loro cucina sia ottima anche se con poca scelta, sono sempre rifugiati nei fast-food che imperversano in tutti gli angoli.

Vestiti. Tutte le donne ripeto TUTTE portano i fusò neri, nonostante non siano delle sirenette… Siccome anche qua è agosto e quindi estate, si sentono in dovere di andare a giro sbracciate e con vestiti estivi nonostante che qua ci siamo 12 gradi al sole. L’altro giorno, mentre noi eravamo vestiti di tutto punto e c’era una vento artico che faceva battere i denti, c’erano un sacco di bambini che si divertivano sugli scivoli di una piscina all’aperto… roba da islandesi!

Pecore. Ci sono una varietà infinita di questi animali. Molte di loro preferiscono brucare le alghe sulla spiaggia che l’erba dei prati.

8 agosto

Isafjordur – Cascate “qualcosa”
Distanza: 90 km
Durata: 7:21 ore
Dislivello: 1400 m

Ed autobus sia. Sulla carta la tappa non è di quelle imperdibili e farmi alti 130 km anche oggi proprio non mi va. Preferisco spendere la giornata per farmi un tranquillo giro nella capitale, penso proprio che ne valga la pena, chissà se mai un giorno potrò tornare.

Proprio non me lo sarei aspettato che l’autista del bus mi volesse fare la cresta ma invece è successo. Appena mi vede con la bici vieni subito a chiedermi i soldi dicendo che il trasporto della mia bike nella stiva per soli 70 km costa 3000 corone (circa 20 euro). Ieri mi ero informato da ben due autisti e una barista e tutti mi avevano detto che il trasporto bici costa 2000 corone, 1000 corone in meno. Quel bastardo è talmente convinto che quasi le voci cominciano ad alzarsi ma io sono impassibile, non sono certo venuto dall’Italia per farmi derubare da lui. Alla fine la vinco io e per fare appena 70 km spendo 4400 corone (2000 per la bici e 2200 per il passeggero), 30 euro.

Rejkyavik è veramente bella, tenuta bene, con delle belle case colorate e finalmente bella gente. Adesso ho la sensazione di essere nel Nord Europa.

Appena apro la guida capisco subito dove andrò a mangiare, haburger “old style” e il famosissimo hot dog mangiato anche da Bill Clinton. La mia fame di fast food verrà saziata. A dire il vero la frenesia alimentare degli islandesi mi ha contagiato, qua sono sempre con la bocca piena e il cibo che ingurgitano non è certo molto salutare. Le corporature abbondanti dei giorni scorsi però adesso si fanno più snelle e si vede come in città le persone facciano più attenzione alla linea. Ci sono addirittura le palestre!

Il campeggio è situato a circa due chilometri dalla città ma grazie alla bici e ad una fitta rete di piste ciclabili si arriva ovunque in un attimo.

Apprezzabile il rispetto che le auto hanno nei confronti dei pedoni e delle biciclette, appena ci si avvicina alle strisce pedonali (la pista ciclabile è situata lungo i larghi marciapiedi) le macchine si fermano e si può passare in tutta tranquillità, proprio come in Italia….!

Mi sta facendo un’ottima impressione questo posto, sono contento della scelta che ho fatto di passare un giorno in più in città.

Oggi ci siamo superati, bisognava dare qualcosa in più e lo abbiamo fato. Oggi l’Islanda ci ha fatto vedere il suo volto più selvaggio e più temuto, la natura ci ha preso a schiaffi in faccia e ci ha costretti ad un gioco impari per tutto il giorno.

La partenza da Isafjordur è sotto un bel sole ma subito il meteo volge al peggio. I giorni passati sotto un sole cocente sono solo un lontano ricordo, adesso il vento si è alzato e la pioggia scende copiosa.

Appena passata la galleria il vento è padrone della scena tanto che dobbiamo pedalare su di una discesa al 10% per mantenere l’equilibrio. È solo l’inizio. La direzione della tappa è Sud e il vento soffia verso Nord. La velocità media in piano è di 7/8 km/h e c’è da spingere sui pedali.

La prima vera salita del giro la affrontiamo in una situazione da girone dantesco del ciclista. Pendenze del 10%, strada sterrata, vento contro con raffiche fino a 70 km/h e pioggia a catinelle. I 500 m di dislivello diventano un calvario, in cima al passo incontriamo la neve e il vento è ancora più forte. Sono bagnato fradicio e le mani mi fanno male da quanto sono fredde.

Arrivati in fondo alla discesa ci dirigiamo all’interno del caffè del museo, la sala da thè è nostra. Fuori piove e il vento non cessa. Cerchiamo inutilmente di convincere la signora del muse di farci dormire all’interno della grande struttura ma non accette e ci rassicura dicendo che alle cascate, che sono vicinissime, c’è un “good camping”, noi ci fidiamo e partiamo. Il vicinissimo sta per 25 km di strada sterrata, contro vento, sotto la pioggia e diverse salite da rampichino. Arrivati al “good camping” scopriamo che è composto da un prato con un bagno. Piove, tira vento, siamo fradici e dobbiamo mangiare. Fortunatamente siamo gente di spirito e allora attrezziamo l’unica stanza al chiuso per cucinare, il bagno appunto. Non è il massimo ma ce lo facciamo andare bene. Necessità virtù.

Oggi è stata una giornata molto dura, di quelle che mettono alla prova. Più che le gambe è contata la testa e nonostante tutto abbiamo tenuto duro e siamo andati avanti. Bene così!

9 agosto

Cascate “qualcosa”…. – Strada 62
Distanza: 45 km
Durata: 4:00 ore
Dislivello: 870 m

La partenza è sotto una fitta acqua ma poco male visto che i vestiti sono sempre bagnati dalla giornata di ieri. Subito la salita ci attende e stavolta è anche bella lunga, 800 m di dislivello per attraversare un fiordo.

Il vento è incessante e sempre contrario. La pendenza media è del 10% ma con questo vento neanche il rampichino sembra bastare. La testa allora si abbassa e guarda le gambe che a fatica girano. La concentrazione è al massimo perchè le folate diventano diagonali e si rischia di cadere. Bisogna solo non mollare anche se tutto è estremamente difficile. Arrivati in quota il vento è ancora più forte, siamo più esposti e allora non è più possibili pedalare, si rischia di cadere. La bici va trascinata in cima a spinta. Nonostante la quota sia di soli 500 m s.l.m. sembra di essere a 2000 m, il freddo è pungente e la parte di faccia esposta alle intemperie mi perde la sensibilità. Ancora non si vede la discesa ed io sono bagnato fradicio e sporco di fango dalla testa ai piedi.

Arrivati sulla strada principale alla fine della discesa c’è un ristorante che ci aspetta. Le cameriere ci guardano un po’ stranite ma come dargli torto visto che siamo tre ciclisti sporchi, fradici, ricoperti di fango e forse anche un po’ puzzolenti. Alla fine però siamo viaggiatori e questo status ci permette comunque di poterci sedere tranquillamente al tavolo senza farci troppi problemi.

Per oggi la tappa è finita, la guest house è a soli 8 km da qua. Anche oggi è stata dura ma non abbiamo mollato. Certo è che questa Islanda adesso mette paura, qua con il tempo non si può scherzare.

10 agosto

Guesthouse Strada 62 – Guesthouse Strada 62
Distanza: 150 km
Durata: 8:45 ore
Dislivello: 2000 m

Studiamo la cartina, dalla nostra sistemazione alla scogliera con i famosi uccelli che si lasciano avvicinare (pulcinelle di mare) sono “solo” 160 km andata e ritorno. I bagagli resterebbero in camera. Può sembrare un po’ azzardato visto che nel mezzo ci sono due salite belle toste (da fare due volte) e un sacco di sali scendi. In effetti è molto azzardato. Quello che non sappiamo è che sarà molto peggio.

Quando la sveglia suona fuori piove e tira un vento pazzesco, nonostante non abbia voglia di mettermi in sella con questo tempo con davanti almeno 10 ore di bicicletta mi lascio convincere.

Il vento non cessa di picchiarci in faccia e il cielo non lascia sperare niente di buono. La strada diventa sterrata e le condizioni meteo peggiorano. La prima salita, la più dura, oramai è alle spalle e adesso siamo in buca quindi non resta che procedere. Via via che proseguiamo il vento diventa sempre più potente fino a non riuscire più a stare in sella. Siamo bagnati fradici e infreddoliti, decidiamo di fare ancora qualche chilometro per arrivare nell’unico bar della zona a distanza di chilometri.

Siamo veramente fradici, sono tutto bagnato dalla testa ai piedi e siamo a ben 70 km da casa. Non è certo una bella situazione, siamo in trappola. Non è possibile continuare e quindi, abbattuti, decidiamo di tornare in dietro. Controvento. La situazione è mortale ma quando si è in bicicletta non si ha alternative, si può solo continuare a pedalare. Arrivo a casa stremato, il contachilometri segna ben 150 km e 2000 m di dislivello. Troppi anche per chi come me è pronto a confrontarsi con questa terra così dura.

La prima vera batosta è arrivata ma anche le sconfitte fanno parte di un viaggio, anzi rendono tutto più emozionante. Oggi ha vinto lei, domani vedremo.

11 agosto

Guesthouse Strada 62 – Guesthouse Strada 62
Distanza: 50 km
Durata: 3:03 ore
Dislivello: 316 m

Oggi giornata di semi-relax, il programma è quello di prendere il traghetto delle 12:15 che ci evita di fare 100 km di strada molto trafficata. Dopo la giornata di ieri questa pausa è un toccasana per le mie gambe indolenzite.

Una volta scesi dal traghetto ci mettiamo in sella e, sebbene siano solo 50 i chilometri che ci separano dal campeggio, sono tutti contro vento. Sono quattro giorni che pedaliamo contro vento, adesso mi sono stufato veramente. Non c’è cosa più frustrante per un ciclista che fare un sacco di fatica a pedalare sapendo che dopo non c’è neppure la discesa. Però questa è l’Islanda, qua non ti puoi considerare arrivato fin quando non pianti la tenda, anche se sulla carta mancano solo 10 km.

Groundfjordur è la prima vera cittadina carina che abbiamo visitato, molto caratteristica, incastonata in un ambiente naturale che ricorda Jiurassic Parck. Qua è sabato sera ma nonostante ciò non c’è molta vita a giro. Che tristezza vedere questi ragazzi che mangiano la pizza in questa desolazione. A pensarci bene non è un posto dove mi piacerebbe vivere tutto l’anno. In questi momenti capisco quanto sono fortunato a vivere in Italia.

Il vento non cala ma per fortuna oggi non abbiamo preso l’acqua, dopo quattro giorni questa è una buona notizia.

12 agosto

Grundafjordur – Arnarstapavegur
Distanza: 72 km
Durata: 5:10 ore
Dislivello: 591 m

Vento e acqua. Ci risiamo. La cosa che più mi irrita però non è stare bagnato tutto il giorno dalla testa ai piedi, oppure pedalare con il vento in faccia e durare una fatica cane, il punto cruciale sta nel non riuscire a vedere niente di quello che mi circonda. Oggi abbiamo fatto 80 km senza riuscire a vedere assolutamente niente se non i campi sterminati di lava intorno a noi. La penisola di Snaefellsnes la chiamano l’Islanda in miniatura, chissà se sarà vero. Nonostante che l’abbia percorsa tutta non lo posso giudicare.

Per adesso abbiamo assaggiato la famosissima zuppa di pesce cucinata dalle mogli dei pescatori di Rif, veramente ottima.

Adesso siamo a Arnarstapi, nella Guest House che c’è nel paese. Siamo stati fortunati a trovare posto per dormire con un tetto sopra la testa perchè qua, ovviamente, continua a piovere e mettere la tenda in campeggio sarebbe stata una tragedia. Finalmente i panni possono essere asciugati e domani potrò mettermi le scarpe non bagnate!

13 agosto

Arnarstapavegur – Borgarnes
Distanza: 118 km
Durata: 5:50 ore
Dislivello: 458 m

Finalmente i chilometri passano rapidamente, il vento sembra essere dalla nostra stavolta. Fortuna doppia perchè in questa tappa c’è veramente poco da vedere. Alla fine saranno 140 i km percorsi.

È una goduria vedere sul gps una media di 22 km orari, era frustrante fare una fatica cane e non riuscire a percorrere tanta strada.

Adesso siamo a Borgarnes, ad un tiro di schioppo dalla capitale. Non vedo l’ora di visitare Reykjavik. La cittadina è bella grande rispetto a quelle che ci siamo lasciati alle spalle e fortunatamente passa la linea di Bus interurbani, mi sa tanto che domani evito di farmi 110 km e prendo l’autobus, in questo modo posso stare un giorno in più a rilassarmi.

La fatica accumulata non è tanto quella nelle gambe ma quella nella testa, sento il bisogno di staccare un attimo e ricaricare le pile. Vedremo.

Il campeggio è situato in città in un posto veramente pittoresco e finalmente possiamo vedere il tramonto. Essendo più a Sud le ore di buio sono aumentate ed a mezzanotte non c’è quasi più luce.

14 agosto-15 agosto

Borgarnes – Rejkyavik

Tragitto con bus

16 agosto-17 agosto

Auto

Era ovvio anche prima di partire che vedere tutta l’Islanda in bicicletta in meno di un mese sarebbe stato impossibile. L’idea dunque è questa, prendere una macchina a noleggio e visitare la parte sud ed est dell’isola fino ad arrivare a Akureyry, rimontare in bicicletta a fare la famosa pista del deserto, la F26, chiamata anche Sprengisandur. È un male necessario ma non possiamo fare altrimenti.

Il bagagliaio dell’auto scoppia dal carico, siamo riusciti a mettere dentro tre biciclette e tutti i bagagli oltre a noi ovviamente.

Fa strano vedere un “collega” in bicicletta mentre si è comodamente seduti in una macchina con tutti i confort. Quasi ci vergognamo. I chilometri scorrono velocissimi e i paesaggi sono innumerevoli ma alla fine sembra di non aver visto niente. Tra me e il mondo esterno c’è quel maledetto vetro che fa sembrare tutto ovattato. La velocità è troppo elevata per assaporare la strada.

Non c’era altra soluzione e in due giorni siamo nella capitale del Nord pronti per la nuova avventura. Le gambe si sono riposate e la voglia di pedalare è alle stelle.

18 agosto

Akureyry – Laugafell
Distanza: 84 km
Durata: 5:52 ore
Dislivello: 1212 m

Che bella sensazione essere di nuovo in sella. Dopo due giorni di macchina mi faceva male anche il sedere, molto meglio il mio sellino!

Oggi facciamo sul serio, ci aspetta la famigerata F26, la vera strada in mezzo al deserto, la più selvaggia e inaccessibile.

Dopo i primi 40 km di asfalto la strada diventa sterrata e la salita comincia a tirare. L’angusta valle di origine glaciale in cui pedaliamo si fa sempre più stretta. Sembra quasi che ci stia risucchiando dentro. Il vento fortunatamente è a favore come a spingerci all’interno della trappola del deserto.

La strada è deserta e il fondo è veramente sconnesso. Sembra di pedalare all’interno del letto di un fiume e in effetti spesso pedaliamo nell’acqua che invade la carrabile. I cavalli, allo stato brado, ci corrono accanto mentre passiamo, emozione unica. Lo scenario come sempre è da film.

Concordo nel dire che questa strada è messa peggio del Kjolur, qua ci vuole per forza una MTB e di quelle pronte a prendere dei bei colpi. I bagagli devono essere sistemati con attenzione, molte salite hanno una pendenza anche del 20% e il fondo è pessimo. Non a caso un paio di volte sono costretto a scendere per spingere la bicicletta.

La salita tira parecchio, dal livello del mare sale fino a 950 m. Nonostante tutto il tribolare le gambe vanno da sole e l’atmosfera distoglie il pensiero dalla fatica. In meno che non si dica mi ritrovo in cima all’altopiano, i ragazzi sono rimasti in dietro. Ho i piedi fradici e ghiacciati, nell’ultimo guado sono scivolato e sono finito nell’acqua fino a mezza gamba, non ci voleva.

Mi ritrovo solo, su di un altopiano che sembra la superficie della Luna. Non si vede niente all’orizzonte, neanche una macchina è passata. Ci sono solo io, la bici, e questa striscia di terra più chiara che rappresenta la pista. Deserto. Il vento è dalla mia e i chilometri scorrono veloci, troppo veloci per un paesaggio che andrebbe contemplato per ore e ore.

La sola giornata di oggi vale il prezzo del biglietto, questo è il viaggio come lo intendo io. Tutto è perfetto se non fosse che non mi sento più i piedi dal freddo. Fortunatamente riesco a farmi fare una bella cioccolata calda “storng” come dice la proprietaria, dentro penso che ci sia più vodka (o simili) che latte. Per me che non bevo alcolici da settimane e sono a stomaco vuoto da stamani è come un missile terra aria che mi scoppia nel cervello.

Prima di cenare ci concediamo un vero lusso, fare un bel bagno caldo in una pozza naturale di acqua calda…. semplicemente fantastico!

Adesso siamo accampati davanti il rifugio, fuori c’è un bel vento e fa davvero freddo. Stanco ma felice mi addormento.

19 agosto

Laugafell – Nyidalur
Distanza: 50 km
Durata: 5:32 ore
Dislivello: 488 m

Cavolo che freddo stanotte! Siamo a 800 m di altezza e il mio sacco a pelo per 0° è stato appena sufficiente. Il vento non ha dato tregua ma fortunatamente sono riuscito a riposare. Oggi sulla carta sono solo una cinquantina di chilometri ma nel deserto non bisogna dare niente per scontato.

Oggi è la giornata dei guadi, ci attendono ben tre fiumi in piena.

La strada è un susseguirsi di saliscendi, stiamo andando in direzione della F 26 e non ci sono macchine all’orizzonte. Ho il vento che mi batte in faccia e la media è veramente bassa. Quando si viaggia a 6 km/h di media non si arriva mai. Non si ha altra scelta che pedalare e sperare che la strada cambi direzione prima possibile.

Arrivati sulla F26 finalmente la strada gira di 90° e il vento diventa a favore, il rovescio della medaglia è che essendo molto trafficata è ridotta malissimo. Una buca dietro l’altra, la bicicletta è messa a dura prova insieme alla pazienza del ciclista. Le macchine adesso sono molto più frequenti ma di altri ciclisti nemmeno l’ombra.

Dietro la curva si nasconde il primo guado. A differenza degli altri fiumi che abbiamo attraversato in sella alla bicicletta o sfruttando qualche sasso sporgente, questo è un vero fiume in piena, con il particolare che è alimentato dal vicinissimo ghiacciaio. L’acqua è freddissima. Nonostante che la temperatura sia di non più di 10° e il vento sia incessante ci togliamo scarpe e pantaloni e indossiamo i sandali, putroppo dobbiamo bagnarci. Entrare dentro l’acqua è devastante, nei piedi sento come tanti spilli che mi bucano e la corrente cerca di trascinarmi via la bicicletta. Nel mezzo al fiume l’acqua mi arriva al ginocchio e devo ringraziare le mie borse a tenuta stagna se la roba che mi porto dietro rimane asciutta.

Saranno altri due i guadi della giornata prima di arrivare al rifugio.

Arrivati al rifugio ci mettiamo a cucinare qualcosa di caldo visto che è tutto il giorno che siamo a mollo e nonostante sia agosto fa un freddo cane. Di posti disponibili per dormire al chiuso non ce ne sono e quindi dobbiamo piantare le tende anche stasera.

Mentre aspettiamo di dormire il sole sparisce dietro al ghiacciaio tingendo di rosa il cielo. Anche oggi abbiamo tribolato parecchio ma alla fine siamo arrivati dove volevamo.

20 agosto

Laugafell – nel mezzo al niente..
Distanza: 84 km
Durata: 7:00 ore
Dislivello: 817 m

Terzo giorno di marcia. Ripartiamo sulla pista che invece di migliorare peggiora sempre più. Se non fosse per i panorami mozzafiato sarebbe quasi un tormento.

Il vento per nostra fortuna è a favore e il cielo, dieci minuti di pioggia a parte, sembra graziarci. La strada è sempre un continuo saliscendi che ci regala vedute memorabili. Siamo nel mezzo al deserto e qua la sabbia ha formato delle vere e proprie dune, mi sembra incredibile essere davvero in questo posto sperduto.

A differenza della pista F35 i fiumi adesso sono pochi e quelli che attraversiamo non hanno l’acqua molto limpida, Per pranzo faccio però lo stesso bollire un pò di acqua presa da un ruscello nella gavetta sperando che non avveleni i miei noodles che oramai sono diventati il piatto tipico di pranzo.

I chilometri a fatica procedono ma le nostre scorte di acqua e cibo scarseggiano. Quando finalmente davanti a noi si prospetta un tetto sopra la testa ecco l’amara sorpresa, è chiuso. Sulla guida dell’Europa in bicicletta della Touring c’è scritto che oltre a poter pernottare è possibile acquistare del cibo. La relatà è che sono circa tre anni che è diventato privato. Niente acqua, niente cibo e niente riparo. Male, molto male. Siamo in mezzo al deserto e mi ritrovo con 40 cl di acqua (e con una sete da morire), una scatoletta di tonno, una fetta di pane, un po’ di miele e 5 dadi di cioccolata. Ci devo cenare e fare colazione dopo aver affrontato 80 km di sterrato con nella pancia 80 g di noodles e mi dovrebbero avanzare le forze per riuscire domani ad arrivare alla prima stazione di servizio utile.

Proseguiamo, le gambe stanno bene e non ha senso restare qua, tra una cinquantina di chilometri ci dovrebbe essere la famigerata stazione di servizio.

Decidiamo di accamparci per la notte vicina alla strada e piantiamo le tende in mezzo al niente. Fuori fa un freddo cane e inizia a piovere. Mi concedo la fetta di pane e il tonno.

21 agosto

nel mezzo al niente.. – Arnesi
Distanza: 81 km
Durata: 3:39 ore
Dislivello: 289 m

Alle tre della mattina sono sveglio con i crampi allo stomaco dalla fame e allora decido di mangiare le ultime cose che ho, la cioccolata con il miele. Fortuna vuole riesco a trovare anche una barretta nelle borse ma la tengo per quando pedalerò.

Alle sei ho troppa fame e decido di avviarmi alla stazione di rifornimento mentre i ragazzi ancora sono nelle loro tende.

Sono seduto a mangiarmi una fetta di dolce che mi sembra la più buona di tutta la mia vita, finalmente mi sono lavato le mani e i denti e posso stare comodamente seduto al riparo dalle intemperie. Il deserto è alle spalle, tre giorni e poco più per attraversarlo.

Ci concediamo una bella pausa, pranziamo con il più classico degli hamburger con l’uovo affrittellato sopra e patatine fritte. Finalmente!

La tappa procede in scioltezza, vento alle spalle e 600 m di dislivello da sfruttare in discesa, una vera pacchia.

22 agosto

Arnesi – Porklakshofn
Distanza: 73 km
Durata: 3:27 ore
Dislivello: 87 m

Lo sappiamo purtroppo, il viaggio è concluso. Le voci sulla scaletta sono tutte spuntate, F 26 fatta, West Fiords fatti e F 35 fatta. Non ci rimane altro che aspettare sabato per prendere l’aereo. Alla fine ci sono avanzati due giorni e quindi dobbiamo allungare il brodo.

Nonostante la pioggia e il vento contro ci sembra di stare facendo una passeggiata, senza più guadi da superare, salite da scalare e manto stradale disastrato i nostri mezzi sfrecciano sull’asfalto come locomotive. I bei paesaggi campestri non ci attirano più come i primi giorni, dopo che abbiamo visto le bellezze dell’isola questi paesaggi scadono in secondo piano.

Ci dirigiamo a sud, per evitare la trafficatissima Ring Road e mentre pedaliamo sappiamo che la vacanza è agli sgoccioli. I chilometri scorrono velocemente e sebbene alla fine della giornata siano 80, sembra di non aver fatto niente tutto il giorno, che piacere essere allenati. Non vedo l’ora di tornare a casa per confrontarmi con i percorsi classici di allenamento e vedere i miglioramenti.

Le giornate si sono accorciate, tra poco è settembre e finalmente posso ammirare i famosi tramonti islandesi. Quando il sole scende sotto la linea dell’orizzonte il cielo si tinge tutto di rosa, prima solo una parte, poi tutto prende colore.

Arrivati a questo punto quasi trovo piacere nell’idea di tornare a casa, al caos lavorativo e alla massa di persone e cose che anima le vite di noi occidentali super indaffarati. Sarà una bella botta rispetto al mese passato in mezzo al niente. Ci sarà anche un altro bel colpo da superare, la temperatura. Passare da 10 gradi a 40 non sarà certo piacevole. Staremo a vedere.

23 agosto – Fine della vacanza

Porklakshofn – Reykjavik
Distanza: 78 km
Durata: 4:08 ore
Dislivello: 561 m

Quando pensi che il viaggio sia finito e di aver visto tutto ecco che questo posto riesce a stupirti nuovamente. La strada è la 42, quella che passa accanto al lago Kleifarvatn, a dir poco magnifica. Lo sterrato si snoda in uno scenario desertico, fine sabbia nera in contrasto con l’azzurro del lago. Qua non bisogna mai distrarsi un attimo. Le foto si sprecano ma il fatto di essere alla fine dell’avventura non deve sminuire il posto in cui siamo. In nessuna guida è riportato questo posto ma io consiglio vivamente di vederlo, per di più si evita anche la trafficatissima Strada n° 1 per arrivare a Reykjavik.

Le gambe fanno tutto da sole e gli ottanta chilometri che ci separano dalla capitale vengono spazzati via in poche ore. Ho una forma fisica invidiabile!

Di nuovo in campeggio, adesso non resta che aspettare di prendere l’aereo ma nel frattempo ho la possibilità di fare il turista e di strafogarmi di cibo. Nonostante abbia mangiato come un lupo per un mese intero e abbia aumentato di molto la massa muscolare delle gambe sono dimagrito di ben due chili, che soddisfazione!